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Cenni critici

 

 RIFLESSI DELLA LUCE

 

Artista dal tocco rapido ed intenso, lineare od obliquo, Francesco Baglieri sa rendere la natura nell'istante in cui la luce la ferisce, fermandone sulla tela i riflessi. Nei suoi paesaggi le acque rispecchiano le tonalità del cielo, ma non solo quelle: riecheggiano le rocce, la vegetazione, la natura. Tutte le cose sono raffigurate in un istante irripetibile, carattere che potrebbe accomunare la pittura di Baglieri allo stile degli Impressionisti. Luci ed ombre si intervallano in una perfetta sincronia, immagine di ciò che la natura può creare. La sua tavolozza si riempie di colori sempre nuovi, chiari o scuri, ma continuamente capaci di rendere la luminosità, il luccichio dei soggetti.

 

Nella maggior parte del suoi dipinti la presenza umana è identificata da una casetta rustica, semplice, essenziale nelle forme, che l'artista inserisce nel contesto senza porla in particolare rilievo, quasi non volesse disturbare la natura. Eppure vi sono anche tele in cui le casette appena abbozzate, ricche di colori, sono evocate per infondere al dipinto un tono prosaico che, seppur attinto dalle cose, partecipa dell'humus interiore del pittore.

 

Ripensando a Baglieri che, insieme a un Giuseppe Criscione giovinetto, prende le tele ei colori per andare a coplare direttamente la natura, senza il filtro di un lavoro in studio, vien da pensare a Monet e Renoir che, decisi a tagliare con le regole di atelier, fra il 1869 e il 1874, lavorano insieme sulle rive della Senna, en plein air. Il paragone può sembrare ardito, e magari lo è, ma figurarsi due artisti siciliani che, attingendo dalla terra che dà loro nutrimento, forza ed emozione, immortalano i carrubi, i mandorli in fiore, simboli di un territorio incontaminato, ma anche le coste, il mare o i brevi corsi d'acqua dove si riflettono i paesaggi, il tutto sullo sfondo di un cielo costantemente presente, testimone di ciò che accade sulla tela, nel mondo esterno e nell'inconscio dell'artista, crea una nota di struggente poesia.

 

E se questo artista nostro, figlio di quel pathos che contraddistingue lo spirito dei luoghi, si affida a un linguaggio semplice e immediato, ciò è probabilmente dovuto al temperamento dell'uomo: rigido, tradizionalista, legato a un realismo che trova nella compostezza formale l'espressione che più lo rappresenta.

 

Angela Allegria

 

L'ETERNA NATURA

 

Ci sono pittori che, per larga parte della loro esperienza, sono coronati dal successo e vivono dignitosamente di pittura; altri attraversano il mondo in silenzio e attendono a lungo per ricevere il riconoscimento dovuto. Tale risulta, spesso, il destino del migliori, talora troppo avanti perché il loro lavoro sia apprezzato, talaltra troppo orgogliosi per divulgarlo, consapevoli che l'arte è si comunicazione, ma comunicazione di sé, di una parte del proprio essere che non tutti possono comprendere. Il rischio concreto che una fatica onesta ottenga solo disprezzo, o che un malintenzionato ne approfitti, attende alla porta: perciò i tesori da scoprire sono tanti e la promozione di artisti poco noti è occupazione altamente meritoria.A questa fatica si dedica da tempo, e con passione, Anna Malandrino, cui dobbiamo il riscatto di illustri dimenticati come il Canonico Spadaro, Giuseppe Malandrino e, in ultimo, Francesco Baglieri. E infatti grazie alla abnegazione della Malandrino che questo ex funzionario della Banca d'Italia e paesaggista di tutto rispetto torna agli onori della cronaca qualche anno dopo la sua dipartita. In realtà, Baglieri non è stato mai dimenticato: esistono, qua e là, alcuni suoi collezionisti. Soprattutto si conta tra i suoi estimatori il ceramista Giuseppe Criscione che, oltre ad aver appreso in giovinezza da Baglieri i rudimenti della pittura, lo ha spesso accompagnato nelle sue sedute all'aria aperta: «Baglieri stava fermo a osservare per ore una veduta o un dettaglio, racconta lo scultore, «poi, all'improvviso, dipingeva con rapidità pari alla sua abilità a cogliere l'anima dei luoghi,

 

La testimonianza di Criscione vale anche come documento critico, leggendo nella facilità d'esecuzione, cui corrisponde una pennellata sintetica e incisiva, uno dei tratti salienti dello stile di Baglieri. Un altro elemento è il segno saldo, da disegnatore consumato, che nulla cede alla mimesi, al calco fotografico, alla iterazione ideale e affabulante.

 

Baglieri è insieme tecnico e istintivo: sicuro nel marcare i contorni e altrettanto libero nel contraddirli con una fitta trama di ombreggiature nei disegni, con spatolate dense, pesanti di colore nei dipinti ad olio.

 

Il risultato è una pittura vibrante, di forte tensione che, di là dal generico esempio degli Impressionisti francesi, non si riferisce ad alcuna tendenza e può forse spiegarsi - mi si perdoni il parallelo - con un gesto eloquente del grande Caravaggio: «Laonde. essendogli mostrate le statue più famose di Fidia e di Glicone, acciocché vi accomodasse lo studio, non diede altra risposta se non che distese la mano verso una moltitudine di uomini, accennando che la natura l'aveva a sufficienza provveduto di maestri».

 

A dire il vero, nel lavoro di Baglieri, la figura dell'uomo è in tutto assente. Giganteggia al suo posto un paesaggio, quanto a indicazione precisa del luoghi, anonimo, proprio come i popolani di Caravaggio, ma riconoscibilissimo quanto a carattere e a intensità di luce: la marina di Marsa, gli ulivi, I muri a secco della campagna ragusana.

 

Un paesaggio invaso dalle ombre trascorrenti delle nubi, dai bagliori e dagli spruzzi delle onde marine, dallo scorrere lento dei torrenti, dagli odori e dai suoni delle strade tracciate nel campi o lastricate di pietra tra i palazzi, in cui è davvero difficile distinguere tra il pittore e il dipinto, tra chi osserva e chi è osservato.

 

La resa fedele di questa eterna natura è ciò che, a dispetto del tempo, rende ancora oggi la pittura di Baglieri meritevole di partecipe attenzione.

 

Andrea Guastella

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Viale con alberi  anno 1966 olio  c.tel  cm50x40

... già in altre due occasioni consimili questo Liceo aveva ritenuto di non dover far mancare il suo concreto sostegno a due Iniziative, nate in momenti diversi e da una differente tempistica caratterizzate, ma accomunate dal generoso intento di una stessa persona di sottrarre ad un immeritato e precoce oblio due belle figure di pittori locali (il Canonico Spadaro e Giuseppe Malandrino) che, come è sovente occorso a tanti altri artisti della nostra terra, correvano l'alea di dover subire un non equilibrato apprezzamento in forza di una non proprio esaltante tensione di ampi settori del nostro contesto culturale, ma anche di una accentuata difficoltà ad attivare e a mantenere vivo un adeguato circuito informativo e formativo almeno sulle più urgenti e aggredibili questioni della poiesis artistica. Purtroppo i tempi e le risorse sono quelli che sono e con essi bisogna confrontarsi, magari mettendo a disposizione di chi intende impegnarsi (in un agone oltremodo periglioso e molto difficilmente foriero di idonee gratificazioni) i mezzi di cui si dispone e questo proprio per non sottrarsi al cimento, per stimolare l'attenzione altrui, per avviare un confronto, insomma per scuotere almeno un pochino il torpore dei luoghi comuni e della neghittosità intellettiva, che sempre sono in agguato in tutti gli ambiti di potenziale marginalità, là dove vigono soporifere scale di valore. Dicevamo, dunque, che nelle due antecedenti contingenze avevamo condiviso il progetto di riproporre all'attenzione della Comunità iblea tutta (e non solo, dunque, dei concittadini di Modica, dove verosimilmente si sarebbero potuti rintracciare in più alto numero i conoscitori e gli estimatori dei due artisti in parola) le realizzazioni d'arte di due pittori che ritenevamo meritevoli di una più approfondita e seria conoscenza, per cui avevamo toto corde messo a disposizione il logo della nostra Rivista e tutto il potenziale delle nostre attività editoriali, senza nessun altro intendimento se non quello di compartecipare alla generosa iniziativa, esponendoci in prima persona e cercando di sopperire con quello che avevamo alla in vero scarsissima disponibilità appalesatasi in tanti altri ambiti. Da questa congerie di eventi sono nate le due monografie alle quali si faceva riferimento e alle quali oggi si aggiunge questo Catalogo sul pittore Baglieri, che mi auguro consegua lo stesso positivo riscontro delle precedenti pubblicazioni alle quali non è mancato il sostegno del nostro Liceo, presente anche questa volta con un contributo di Anna Malandrino (promotrice della riconsiderazione critica delle opere del Canonico Spadaro e del pittore Giuseppe Malandrino), con una serie di considerazioni della brava Angela Allegria (meritevole di ogni apprezzamento anche per la finezza con cui sa avvicinarsi all'arte) e soprattutto con la qualificata attività ermeneutica di Andrea Guastella, nostro apprezzato docente di Storia dell'Arte e sagace coordinatore di questa iniziativa editoriale. Ringrazio il ceramista Criscione, che con rara sensibilità ha voluto farci partecipi dei preziosi ricordi che lo legano al Maestro, al quale ha dedicato un suo stupendo manufatto di cui diamo conto in questa nostra pubblicazione e in cui plasticamente vediamo realizzato tutto quello che il cuore gli dettava e che non era possibile «significar per verbax. Un grazie particolare, infine, va certamente indirizzato al Direttore della sede di Ragusa della Banca d'Italia per il sostegno finanziario che si è voluto assicurare alla presente iniziativa, finalizzata precipuamente se non esclusivamente a mettere nella giusta luce i meriti artistici di un pittore che per parecchio tempo ha anche svolto una intensa attività lavorativa nell'ambito del citato istituto, presso il quale sono anche custodite significative opere del Baglieri. Grato comunque a tutti coloro che hanno in qualsiasi modo sostenuto ed agevolato questa nostra iniziativa e a tutti quelli che vorranno con noi condividere il prosieguo di questa esperienza.

 

Vincenzo Giannone 
Preside del Liceo Classico "Umberto I" di Ragusa

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